Scansionare e ordinare i negativi

Oggi ho deciso di fare un lavoro che probabilmente avrei dovuto fare fin dall’inizio, da quando ho montato la mia camera oscura e ho iniziato a sviluppare le pellicole.

Un lavoro di archivio. Perché quando i negativi diventano tanti — e poi tantissimi — si perde facilmente la strada. Si dimentica dove si trova una foto, un volto, una storia. E diventa difficile ritrovare l’immagine che si vorrebbe stampare.

Negli ultimi anni ho fotografato molte persone del borgo. Ritratti semplici, spesso nati da incontri quotidiani. E da un po’ di tempo ho in mente un progetto: raccogliere questi volti, capire quante immagini esistono davvero, vedere se dialogano tra loro.

Per questo oggi ho iniziato a scansionare i negativi.

Sto usando uno scanner Epson V370 Photo che mi ha prestato il papà del mio compagno. È un lavoro lento, ripetitivo, a tratti anche un po’ noioso. Ma allo stesso tempo è sorprendentemente piacevole.

Perché dentro quei raccoglitori ci sono strisce di pellicola quasi anonime, eppure basta guardarle alla luce o sullo schermo per ritrovare subito dei volti, delle espressioni, dei momenti. È come dare di nuovo un volto ai negativi.

Devo confessare che sono l’opposto dell’esempio di una persona ordinata. Archiviare non è mai stato il mio talento naturale. Però nel lavoro fotografico arriva sempre un momento in cui mettere ordine diventa necessario.

E poi c’è una sorpresa: rivedere tutto quello che si è fatto. Non mi ero mai resa conto davvero di quante persone del borgo avessi fotografato.

Fino ad ora non ho mai stampato i provini a contatto, che sicuramente aiuterebbero molto in questo lavoro. Ho sempre stampato direttamente le fotografie che mi colpivano di più, di solito nel formato 10×15 o 12×18, nella mia camera oscura.

Quando una stampa viene bene, di solito ne faccio due. La prima è la prova. La seconda diventa la fotografia definitiva. Una resta a me. L’altra la regalo alla persona ritratta.

Sul retro metto la mia firma e la consegno a chi ho fotografato. E di solito dico: ” Quando sarò famosa questa vi renderà ricchi !”

Loro sono le persone che incontro ogni giorno. Persone che mi fanno venire voglia di attraversare l’arco della piazza del borgo di Anguillara e aprire il mio studio fotografico.

Sono, in fondo, la ragione per cui amo stare qui.

Il borgo purtroppo non vive un momento facile. Non c’è una vera attenzione turistica verso questo luogo bellissimo e le attività commerciali rimaste aperte sono davvero poche. Siamo in pochi a resistere.

Anche gli abitanti non sono moltissimi. Molte persone anziane vivono ancora qui, ma hanno sempre più difficoltà a entrare e uscire dal borgo con la macchina. E siccome ormai quasi tutti i servizi sono fuori dal centro storico, spesso sono costrette ad andare altrove.

Le case vacanza stanno aumentando, ma chi arriva qui spesso viene solo a dormire e poi si sposta altrove, verso il lago o verso Bracciano.

Molti luoghi che potrebbero raccontare questo borgo restano chiusi: la Collegiata, spesso chiusa; il museo contadino, aperto solo grazie al volontariato; la chiesa di San Biagio, quasi sempre chiusa.

Non esiste nemmeno un punto informazioni. Così capita spesso che sia io, dal mio studio, a dare indicazioni ai turisti italiani o stranieri che passano di qui.

Nel borgo ci sono ancora cartelli che indicano ristoranti che non esistono più da anni.

È tutto un po’ trascurato.

E forse anche per questo sento il bisogno di fotografare le persone che ancora lo abitano.

Il mio modo di restituire qualcosa a questo luogo è questo: raccogliere i volti di chi lo tiene vivo.

Per questo mi piacerebbe che questo lavoro diventasse qualcosa di più: una mostra, oppure un piccolo libro da condividere con le persone del borgo.

Per ora il primo passo è semplice. Mettere ordine nei negativi. E scoprire, uno per uno, i volti che raccontano questo posto.

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