Diario di una Scattastorie innamorata di un borgo alle porte di Roma

La domenica di una Scattastorie non è mai solo una domenica.

È attesa. Scoperta. Persone che si incontrano e fingono di non essere emozionate.

Questa domenica aveva il cielo coperto, ottimo per scattare a metà mattina. Nessuna ombra violenta da gestire.

Mauro e Sarita li avevo incontrati a ottobre. Erano entrati nel mio atelier con quella leggera esitazione di chi chiede un preventivo ma in realtà sta chiedendo: “Possiamo fidarci di te?”

Dopo tanti anni insieme avevano deciso di sposarsi qui, ad Anguillara. Perché lei ci aveva vissuto un anno. Certi posti credo non si scelgano: semplicemente ti restano addosso.

Il loro sarebbe stato un matrimonio intimo. Pochi invitati. Emozioni sincere


C’era la sorella gemella della sposa che odia farsi fotografare.
C’erano due adolescenti deciso a non collaborare.

Perfetto.

Quando vedo l’imbarazzo, non forzo. Scelgo il gioco.

“Facciamo un, due, tre, stella?”

Mi giro. Loro camminano verso di me.
Mi volto all’improvviso. Si congelano.

Scoppiano a ridere. Perdono la posa.

E io scatto.

Le foto di gruppo più belle nascono così!


Poi c’è il momento che amo di più, quando ho la fortuna di scattare ad Anguillara.

Dopo la cerimonia — in chiesa o in comune — porto gli sposi a fare una passeggiata nel borgo. Tutti la chiamano “la sessione di coppia”. Per me è un’ esplorazione.

Li porto nei vicoli meno scontati, racconto storie, svelo dettagli.

Molti pensano che Anguillara si chiami così per le anguille.
Invece no. Deriva probabilmente da angularia, dalla casa di Rutilia Polla, che si dice avesse una forma angolare. Nel vicolo della Grondarella c’è ancora un muro romano in opus reticulatum che, secondo la tradizione, potrebbe appartenere proprio a quella casa.

E mentre scatto, racconto.

Anche Sarita, che qui ha vissuto un anno, non era mai stata in certi angoli. Non era mai arrivata fino a Piazza Magnante.

Lì ci aspettavano due alberi di limoni meravigliosi.

“Questi sono di Benedetta,” ho detto. “I suoi limoni sono famosi nel borgo. E di solito li condivide.”

Proprio in quel momento l’ho vista. Le ho chiesto se potevo lasciare una bottiglia trovata a terra nel suo secchio. Lei mi ha guardata e ha detto:

“Volete dei limoni?”

Gli sposi sono scoppiati a ridere.

Ecco, quel momento lì — tra una foto e un limone regalato — è il motivo per cui amo questo lavoro.

Non è solo andare in giro a scattare. È far vivere il borgo. È intrecciare le persone ai luoghi.
È trasformare una passeggiata in un ricordo dentro al ricordo.


Quando li ho lasciati seduti a tavola, pronti per il pranzo, ho detto ridendo:

“Tranquilli, ora scappo.”

Mi hanno risposto:
“È stato piacevole averti con noi.”

Ecco.

Se dovessi spiegare cos’è il mio lavoro, non parlerei di obiettivi, lenti, luce naturale o post-produzione.

Parlerei di questo.

Dell’essere una presenza leggera. Del trasformare la tensione in gioco. Del far dimenticare alle persone che c’è una macchina fotografica tra noi.

Perché la vera differenza non è la foto che consegno. È come ti sei sentito mentre la stavo scattando.

E se, anche solo per un momento, ti sei sentito a casa — allora ho fatto bene il mio lavoro.

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